Progresso ed integrazione: il valore della tolleranza . In una società che si avvia a diventare multi-etnica , bisognera’ puntare sulla diversità  e sul pluralismo culturale come risorsa e come fattori di un nuovo sviluppo che nasce dall’ accoglienza e dalla condivisione .

 Appare evidente ormai a tutti la   rilevanza che ha assunto il fenomeno dell’ immigrazione nelle aree più sviluppate del mondo, un  fenomeno che coinvolge profondamente l’ Europa e l’ Italia e muove soprattutto da fattori economici insieme ad altri fattori  concomitanti quali le discriminazioni religiose , sociali , politiche ed etniche .Visto il forte impatto di questo fenomeno sugli apparati politico-amministrativi degli stati nazionali ed in generale sulle società e le popolazioni coinvolte , è opportuno , e risulta ormai indispensabile ,effettuare le idonee modifiche di mentalità , istituti e programmi per far fronte alla nuova situazione . In primo luogo occorre , a mio parere, riproporre la centralità degli aiuti attraverso forme di cooperazione economica , politica e culturale , ai paesi esclusi dallo sviluppo , ma sembra che in questo campo prevalga negli ultimi tempi una sorta di rassegnata inerzia . Vista l’ urgenza del fenomeno , i vari stati europei interessati e quindi anche l’ Italia hanno utilizzato finora misure contingenti per tamponare o riequilibrare la situazione . Dubito che questo ci possa condurre ad una soluzione stabile. Ma cerchiamo di guardare più da vicino le razioni della società italiana . Superficialmente si potrebbe affermare che la maggioranza della popolazione consideri gli immigrati come intrusi – senza tener conto quindi degli artt. 2 e 3 della Costituzione – e che solo le autorità (politici , intellettuali e Chiesa ) dimostrino tolleranza ed apertura . Si tratta di un problema culturale : l’ immigrazione talora viene mal sopportata perché mal si conoscono i termini reali del problema . Ad impedire una valutazione obiettiva dei sentimenti e delle motivazioni dei cittadini sono l’ immediato innescarsi del tabù del razzismo da una parte e la carità enfatizzata dall’ altra . Credo che il sentimento degli Italiani , ad esclusione di limitatissimi gruppi , non possa essere definito come razzismo – l’ espressione è quindi usata erroneamente da buona parte dei mass-media  - ma sia un sentimento negativo che deriva da problemi reali non risolti , accentuati certamente da timori vaghi e pregiudizi sociali . Vediamo alcuni aspetti economici . l’ immigrazione può essere vista e valutata sotto una duplice ottica ; da un lato come risorsa economica , che favorisce l’ integrazione e lo sviluppo anche perché gli immigrati vanno a sanare vuoti occupazionali determinatisi in Italia probabilmente in seguito al relativo benessere ed ai progressi dell’ istruzione : svolgono , cioè , quelle attività manuali e quei servizi che gli italiani ormai si rifiutano di eseguire . Ma è anche vero , d’ altro lato , che in una situazione di estesa disoccupazione la presenza di lavoro immigrato , generalmente in “nero” , può rendere più marcata la concorrenza tra lavoratori e produrre tensioni o frizioni . Vi è poi un problema di “ ordine pubblico “ , perché negarlo ? Spesso , infatti , gli immigrati , “ per lo più clandestini “ privi di ogni mezzo di sussistenza e di ogni riferimento , divengono facile preda di organizzazioni criminose e sono avviati verso lo spaccio di droga , lo sfruttamento e la pratica della prostituzione o ad altre forme di manovalanza del crimine . Sarebbe forse utile approfondire le tematiche dell’ integrazione , ma non è il caso di farlo in questo contesto . Mi limito ad osservare che la maggiore o minore integrazione , la maggiore o minore propensione per determinati tipi di attività , dipendono in larga misura dalla cultura d’ origine , dal grado di istruzione , dal livello di formazione professionale , dalla volontà e possibilità di integrarsi stabilmente , anche attraverso organismi ed istituzioni ( la Chiesa cattolica , le associazioni etniche , politiche e culturali ) . In ogni caso , determinate minoranze , per lo più dedite ad attività utili alla società italiana , raggiungono livelli di integrazione molto alti ; altre minoranze sembrano inesorabilmente sospinte da circostanze sfavorevoli verso attività illegali o semilegali . Ma tralasciamo specifici rapporti e modalità di inclusione ed esclusione e torniamo all’ argomento principale : partendo dalla premessa che una società multi-etnica e multi-culturale è una realtà ormai irreversibile , grazie anche all’ integrarsi delle economie , alla rapidità degli spostamenti e delle comunicazioni , sarebbe opportuno chiedersi le ragioni per cui una società di tal genere ci fa ancora paura : la pluralità di culture è generalmente percepibile sia nelle società multietniche che nei vari strati di una società etnicamente omogenea , tanto che si può parlare e si parla di cultura borghese e proletaria , confessionale e laica , urbana e rurale e così via , fino a tracciare infinite possibili distinzioni . Voglio dire che il problema fondamentale è quello della “differenza” e che alle differenze etniche si aggiungono e s’ intrecciano le differenze sociali : spesso la paura o i pregiudizi di razza non sono altro che paure o pregiudizi sociali . Si può persino notare che le differenze economiche e sociali sono spesso più dure e marcate della diversità etnica : non sono rari ormai i casi di vicinanza culturale tra etnie diverse , ma caratterizzate da analoghe collocazioni ed articolazioni sociali . Dietro la questione delle paure e dei pregiudizi , si cela allora un più radicale problema di identità e di status . E’ una questione certamente non nuova che si può rintracciare nella biografia degli individui come nella vita delle collettività : la ricerca dell’ identità è il motivo che spinge , ad esempio , un figlio di ignoti alla ricerca dei propri genitori naturali ed è il motivo che spinge molte coppie sterili ad avere un figlio : senza riferimenti nel passato e nel futuro l’ individuo non riesce a sentire ed a dimostrare di esistere . Ritengo , però , che il concetto di identità non debba esser costretto in schemi immobili , ma debba essere percepito entro realtà storiche in continuo divenire : l’ identità deve essere una certezza , ma una certezza dinamica , aperta .Certo non forniscono dati ed elementi utili ad un’ accresciuta consapevolezza quei mass-media che attribuiscono caratteri di “ violenza e spietatezza “ ad intere popolazioni , come se questi caratteri fossero parte integrante del patrimonio genetico e fosse concepibile , ad esempio , l’ assurda equazione : cittadino albanese = criminale . Contro questa visione manichea , opinabile e rischiosa , interviene il ragguardevole apporto razionale  della scienza attraverso la più recente letteratura sociologica : si constata che determinati problemi sociali muovono da condizioni verificabili empiricamente ma poi sono generalizzati ed amplificati in modo del tutto anomalo , generando paure esagerate ; è utile ricorrere in questo contesto al concetto di “ panico morale “ , per cui la reazione ( di panico ) “ non avviene a causa di una valutazione razionale della portata di una particolare minaccia  , piuttosto è il risultato di timori non ben definiti che finiscono per trovare un centro drammatico e semplificato in un particolare incidente o stereotipo  , tale da offrire un simbolo visibile per la discussione ed il dibattito “ ( Philip Jenkins ) . Cerco di giungere a qualche provvisoria conclusione . Attualmente la via da percorrere , a mio parere , per raggiungere un’ integrazione il più possibile indolore , a mio parere , per raggiungere un’ integrazione il più possibile indolore , è quella del compromesso , consapevole ed accettato da tutti : i nuovi soggetti di comunità complesse multi-etniche dovranno essere aperti al confronto senza rinunciare preliminarmente ad essere se stessi per equivoci , paure o compiacenze . Dovranno avere sufficiente fermezza e duttilità per metabolizzare nel modo migliore la nuova esperienza . Solo così lo scambio continuo di culture potrà condurre alla creazione di comunità multi-etniche e multi-culturali ove prevarranno gli usi , le culture e le tecniche migliori per l’ uomo ed ove ci saranno comunque stimoli per un miglioramento omnidirezionale . Il nostro Paese , che è stato a lungo terra di grande emigrazione , dovrebbe aver appreso molto dalle esperienze dei padri , che seppero inserirsi a fondo e via via  con rilievo crescente nella realtà dei paesi ospiti , giungendo spesso a divenire elementi di prim’ ordine a tutti i livelli della vita civile . La via indicata trova conferma in un importante documento scientifico quale “ La dichiarazione di Siviglia sulla violenza “del 1989 : viene ivi ribadito il rifiuto di considerare la violenza come atteggiamento determinato da cause biologiche e la si connette invece a fattori sociali e culturali .Brevemente vorrei riportare alcune significative righe tratte dalla citata “ Dichiarazione “ : La stessa specie che ha inventato la guerra può inventare la pace . In questo compito ciascuno di noi ha la sua parte di responsabilità “. La pace di cui si parla è oggi inevitabilmente legata alla soluzione dei problemi relativi allo sviluppo ed all’ integrazione tra etnie diverse . Si tratta non solo di una difficoltà, ma di un’ occasione storica : i popoli possono ora incontrarsi e diventare migliori superando ostacoli politici e materiali che prima apparivano insormontabili . Basterebbe tener presente il famoso monito di Einstein : “ Esiste solo una razza : quella umana “.

Alessandro Monteleone

 

Terzo posto del Premio giornalistico "Raimondo Manzini " organizzato da UNICAL e Convegno di cultura " Maria Cristina di Savoia " .

Cosenza 28 ottobre 1999.         

Chi era Raimondo Manzini?

Raimondo Manzini (Lodi 1901-Roma 1988) giornalista italiano, membro del consiglio nazionale della Democrazia cristiana, sempre attento ai problemi della chiesa;
1927-59, dopo la rivista «Il Carroccio», dirige l' «Avvenire d'Italia»;
1960-78, direttore dell' «Osservatore Romano»;
Fedeli infedeli (1979)
L'unità dei cattolici (1982)
I sentieri dell'assoluto (1986).